lunedì 22 novembre 2010

Da quella volta

Fernando appisolato in bagno
col giornale come se fosse una foglia
di là lei che aspetta

non lui, ma qualcosa che irrompe
violento come uno squillo di tromba.

E dice sono trentatre giorni

“e trentatre sono gli anni di Cristo”
pensa lei “se è per questo”, mentre di là
Fernando sogna in bagno
di guidare una motocicletta. Di quel giorno

che guidò la motocicletta
mentre suo padre non vedeva
e mise sotto un cane
che morì subito e fece una puzza tremenda
per una settimana. E adesso il cane era vivo
ma puzzava ancora come quella vecchia
motocicletta che non aveva più ripreso
da quella volta

e suo padre che morì convinto
di averla guidata solo lui per tutta la vita
perché proprio non voleva saperne
niente. Lei

bussò piano per tre volte ed entrò
come qualcosa che stagnava nel sogno.
“Trentatre giorni” disse “Buona domenica”
fece lui ormai sveglio.

(Bob)


giovedì 2 settembre 2010

Che nicche e nacche?

Stanotte di fronte al computer spento
sei venuta a trovarmi
e mi hai chiesto del tuo scialle nero,
che ti eri presa di freddo
tutta la notte a passeggiare. Ti ho detto
che se l’era preso il gatto
sfacendolo con le unghie mentre cercavo
di liberarlo. Ma non mollava. Allora ho iniziato
a dargli botte, più botte che potevo
e più la bestia stringeva forte. Era il tuo
gatto e pian piano con le unghie
diventava nero come lo scialle anche lui,
finché si è perso tra le maglie che la zia
un giorno come tanti
un po’ per noia ti aveva fatto. Che colpa
ne aveva il gatto? Non lo so.
Ma come te un pomeriggio da un momento
all’altro non lo abbiamo più rivisto e tu
ne hai pianto così tanto che non credevo
ci si potesse disperare
per una cosa come questa. Non credevo
potesse esserci in te un momento di resa,
e non solo dal freddo che passeggiando
questa notte mi ha sorpreso a ripensarti
per strada, fino a risalire nella mia stanza
dinnanzi al monitor del computer ancora
spento. Come una cosa straordinaria.

(bob)
  

giovedì 26 agosto 2010

Jellyfish


L'aereo è in pieno volo per Stansted, e l'aria condizionata, sparata dalle gambe fino alla cervicale, mi indispone alquanto.

Si avvicina una delle hostess. Mi aspetto mi dica che, oltre alle meravigliose sigarette senza fumo, c'è un'ampia gamma di maglioni in lana merinos. Mi propone invece dei cheesburger di plastica, insieme a dei gioielli, per via del fatto che ce la metto tutta nel fare finta di stare nel mio microclima ideale. Accanto a me, una ragazza inglese ha raggiunto i centocinquanta chili già prima di aver dato il suo primo bacio. Sfoglia avidamente uno di quei tabloid inglesi ottimi per lobotomizzarsi il cervello. Tempo due minuti e giace stremata con la bavetta che le fuoriesce dalla bocca. "Cazzarola" penso, "se fa anche a me quest'effetto, quasi quasi poso il mio Calvino e glielo rubo dieci minuti". Il risultato è che la temperatura si alza ulteriormente, e non posso fare a meno di posare il tabloid guardando la balenottera arenata sul sedile con molta più confusione di prima.

Il cielo è una tavola blu da qua sopra.

Mi accorgo che mancano solo la stuoia e l'ombrellone per completare il quadretto "tipo da spiaggia".
Non sono mai stato così abbronzato in vita mia.
Non che mi faccia piacere essere abbronzato.
Diciamo che prendere un pò di sole fa indubbiamente bene, ma non capisco il motivo per il quale ci si debba arrostire. Anzi lo so benissimo, e c'è solo un'espressione dialettale che rende bene il concetto :"Pi ll'occhiu ra ggenti". Capisco che stiamo per arrivare, per via di due cose : la prima è che l'aereo inizia a decelerare, la seconda è che veniamo catapultati in un banco di nebbia fitta e grigia.

All'atterraggio, ci metto venti secondi a ricordarmi che esiste l'autunno.

E' il 10 Agosto, siamo in Inghilterra.

La prima cosa che cerco, è un bar con del caffè da abbinare ad un cornetto. Sono o no un maledetto italiano? Non ci sono bar a Londra. Non esiste che tu sieda al tuo tavolo preferito, e il barista ti chiami per nome e ti chieda come è andato il weekend. Esistono invece le catene, con personale che non regge il più delle volte oltre tre mesi. Ricambio e precariato costante. Entro in una di queste catene che mi ricorda lontanamente quanto possa essere buono un cappuccino di prima mattina. Vado da paura, tengo la conversazione in perfetto "british style", fino a quando alla fatidica domanda, "What do you prefer?", rispondo in meridionalissimo accento : "Cappuccino". Senza che mi venga chiesto "aah, ma sei italiano?", il tipo inizia a parlare la mia stessa lingua.

Rincuorato dal fatto che, come lo diciamo noi italiani, "cappuccino", non lo dice nessuno, mi dirigo alla "National Gallery" a Trafalgar Square. I giorni prima, sette ore di "British Museum" (con annesso pranzo di venti minuti al ristorante dello stesso museo) e sei ore di "Tate Modern", non avevano spento la mia irrefrenabile voglia di essere colto, anche per pochi secondi, da una di quelle belle "Sindromi di Stendhal". La cosa assurda, forse non troppo, è che gli italiani (specie se fiorentini) si dice non possano quasi mai essere consapevoli di questa sindrome, dal momento che essa affligge principalmente gente non abituata ad essere "immersa" o a stretto contatto con bellezze artistiche. Si dice invece che essa riguardi spesso i giapponesi. Alla lunga mi rendo conto di quanto questo possa essere una cazzata, dal momento che davanti a me ho un gruppo di giapponesi in stile Alpitour, con più macchine fotografiche che peli di barba, tutti intenti a fare altro piuttosto che ammirare la "Cena di Emmaus" di Caravaggio. Anzi, scorgo in fondo alla sala una tipa così concentrata nel togliersi l'insalata dai denti, che ha le pupille completamente rivoltate all'in sù.

Nell'ultima cartolina ci siamo io, B. e L.
Ci troviamo al "Saint Thomas Hospital" di Westminster. In sala d'attesa ci sparano una partita del Celtic, e ci sfiora per un attimo l'idea di andare a prendere delle birre. Quando arriva il mio turno, la dottoressa sembra uscita da "E.R", insieme a tutto lo staff che ha più o meno le sembianze di George Clooney. Mi verrebbe da fermarne uno per chiedergli quando iniziano con le riprese. Invece devo spiegare alla dottoressa Marion, che sono stato punto da una medusa una settimana fa nel Sud Italia, e che, non lavandomi molto bene, il risultato era quello splendido quadro in altorilievo stampato a fuoco vivo sul polso e sul fianco. Alle parole "nuotare" e "Sud Italia", Marion si è fermata un attimo assorta nel guardare le ferite.
E' bastato un discreto colpo di tosse per riportarla al presente.

Al ritorno, B. e L.,in pieno clima partita, sono quasi dispiaciuti di doversene andare dall'ospedale.

Marion fa capolino dalla porta, ha ancora lo sguardo perso nel vuoto.

Nel corridoio incontriamo la troupe al completo, dal regista ai truccatori.

Vorremmo fermarci ad assistere all'inizio delle riprese, ma fuori c'è Gotham City, e Paranoid Park sta per riempirsi di ragazzine che ti offrono l'accendino nascosto fra le tette.


(Michelangelo)

lunedì 16 agosto 2010

Quando l'amore brucia l'anima


Uno dei sogni più belli di sempre. Come ero preso da quel sogno. Non me lo ricordo ma ero preso. Parlavo come uno che ne sa più di tutti. Qualcosa che piano piano delineava il suo mosaico. Era un sogno bizantino. Avvolto nel caldo. Con la finestra chiusa perché qualcuno brucia plastica tutta la notte e si riempie la casa di fumo. Non so dove stia e non posso farci niente. La tengo chiusa e basta. Un lago di sudore.
Nuotavo dentro questo sogno caldo. La luce dell’alba sembrava non farcela. Op, luce, op. Dai che ce la fai. E niente, non ce l’ho fatta io. Mi sono alzato.
Mi svegliavo e dormivo un’altra volta. Raffreddato cotto il quindici di agosto. Mal di gola. Naso chiuso. Cotto. Sudato. Di accendere l’aria condizionata non se ne parla. Una tortura. Come trovarsi in alto mare disidratati e non poter bere. Stavo ancora nuotando. L’oceano e poi forse chissà, una spiaggia.
Il fantasma di Johnny Cash che mi perseguita. C’ho i miei fantasmi John non ti ci mettere anche tu.
Walk Hard, parodia di Walk the line, biografia del cantautore americano. Dall’omonima canzone. Non lo sapevo. E’ stato un caso beccare proprio oggi un programma in TV che ne parlava. Avrei continuato a crederla un’opera di fantasia se non mi fossi alzato. Che strano Johnny. Fa bene alzarsi.
Tuo fratello segato in due Johnny. Come si fa? Non era colpa tua, ma dico, come si fa a tirare avanti. Un fratello segato in due. Mah… Meglio lavarsi i denti.
Avrei proprio bisogno di un antibiotico. Uno spicchio d’aglio, qualcosa. Ho due occhi che piangono da soli. Sì, dovrei fare qualcosa per questo raffreddore. Le fottute tonsille. Sto uscendo pazzo. Vedere l’alba mi indispone. Mi deprime. Alto basso, alto basso. Questo mi fa pensare l’alba. E’ una sfumatura. Una sospensione che non lascia molto spazio alla fantasia. Che giorno sarà?
Sarà giorno, e tanto basta. Aliti puzzolenti. Colazioni. Donne struccate. Piatti da lavare. Cose da mettere in moto. Il cervello che stenta. In diesel da molto tempo. Qualcuno tossisce. Probabilmente sono io.
Dicevo, oggi mi tocca lavare i piatti, uscire per fare la spesa, studiare. Non ce la faccio, ma devo. Forse una doccia mi tirerebbe su. Sicuramente non giù. Però mi secco.
Vorrei fare tante cose, ma mi sento in un corpo non mio. Sono pure dannatamente eccitato, senza nemmeno la forza per farmi una sega. Forse è meglio fare la cacca. In che corpo sono capitato? Aiutami John.
A diciotto anni ero capace di giocare tre partite di calcetto e poi uscire la sera. Bere anche, e finirmi un pacchetto di sigarette. Poi il giorno dopo come se niente fosse. Altra partita di calcetto, studiare, scopare.
Ero una fottuta macchina del cazzo. Studiare, scopare, giocare. La bestia era dentro.
L’arancino piccante che più piccante non si può. A me non piace neanche l’arancino, ma questo brucia come se ti rimettesse a nuovo. Ti nutre ancora prima di masticarlo. Come resistere? Sapevo che me ne sarei pentito oggi stesso, ma ho ceduto. D’estate è una fatica anche cagare, però se sei in giro con gli amici, in compagnia insomma, te ne freghi del giorno dopo al cesso. E’ un’altra storia. Un altro momento.
Ora però dovrei davvero fare qualcosa. Col culo in fiamme e il ventre sgonfio. Sono ancora le otto, c’è tempo prima che il mondo si metta in moto. Tra un’oretta circa inizieranno a telefonare. Chi non importa. C’è sempre qualcuno che deve chiamare e rubarti un po’ a te stesso. E’ una questione di ritmo, è questo che non capiscono. Ed io non dovrei sprecare il mio tempo scrivendo, tanto il sogno non lo riacchiappo.
Johnny mi sei debitore in un certo senso. Non scherzo. Se non fossi morto John, non starei qui a dirtelo.

(bob)